Bitcoin, Blockchain e Gender Equality: un futuro anche al femminile

Nella mitologia popolare, il mondo delle criptovalute e le implicazioni pratiche connesse alla tecnologia Blockchain vengono considerati quasi esclusivamente di dominio maschile. Se è pur vero che, attualmente, ci troviamo in un circolo vizioso in cui barriere strutturali rendono molto più difficile per investitrici, imprenditrici e innovatrici far emergere le loro storie ed essere notate – barriere che includono una scarsa presenza nelle conferenze, in libri, articoli e, più in generale, nei media -, è altrettanto innegabile che parte di queste barriere spesso risiedono nella nostra mente e, di fatto, avvalorano il pensiero dominante per cui la possibilità di un contributo al femminile nel settore delle criptovalute è considerata marginale, se non esclusa in toto.

La realtà, infatti, è molto più complessa di così: se guardiamo attentamente tra le trame di questo mondo apparentemente dominato dai cosiddetti bitcoin bros., ci rendiamo conto di quante donne ricoprono ruoli centrali come sviluppatrici, investitrici e business leader e di quante ancora stanno contribuendo a questo settore: si pensi a Blythe Masters, ex dirigente della JP Morgan Chase, fondatrice della Digital Asset Holdings, una start-up basata sulla tecnologia Blockchain; o a Elizabeth Rossiello  di BitPesa, Ginni Rometty, CEO della IBM ed Elizabeth Stark di Lightning Labs con i loro investimenti nella comunità delle criptovalute; ma anche Eleesa Dadiani, proprietaria della Dadiani Fine Art, la prima galleria d’arte nel Regno Unito ad iniziare ad accettare i bitcoin e le altre cinque principali criptovalute – Ethereum, Ripple, Ethereum Classic, Litecoin e Dash -, nonchè fondatrice della Dadiani Syndicate con la quale aiuta a trasformare un portafoglio virtuale in beni materiali di lusso.

Blockchain anche nei progetti di solidarietà sociale: UN Women, Digital Citizen Fund e Collective Future

Ma non solo: sono proprio le donne a spingere la Blockchain nelle aree socialmente produttive con progetti di solidarietà sociale che vanno oltre le implicazioni speculative. Un esempio fra tutti: UN Women, un gruppo interno alle Nazioni Unite, si occupa di studiare gli effetti della Blockchain per rafforzare i propri impegni umanitari nel sostenere donne e ragazze in difficoltà. Ma anche altre donne stanno sostenendo la diffusione della moneta virtuale per i gruppi più emarginati: tra queste, Elizabeth McCauley, membro di commissione della Bitcoin Foundation, e Roya Mahboob, CEO e co-fondatrice di Digital Citizen Fund, che sta dimostrando come le criptovalute possano contribuire a dare potere alle donne in una società patriarcale come quella afgana. La Mahboob aveva creato un network di content creators al femminile che guadagnava con la pubblicità, ma presto si era resa conto che molte di loro non avevano un conto bancario per poter accettare i pagamenti, così ha ideato un sistema che permette a circa 2.000 donne afgane di essere pagate in bitcoin. Con la medesima strategia d’inclusione paritaria si sta muovendo anche il Collective Future che opera per promuovere la diversità nel settore delle criptovalute.

La Blockchain come mezzo di superamento della disuguaglianza di genere

È evidente, quindi, come la natura stessa della Blockchain – aperta, democratica, non gerarchica, trasparente, affidabile – permettendo un livello egualitario dei suoi partecipanti, possa contribuire a risolvere problemi di disuguaglianza di genere (soprattutto se consideriamo che attualmente, in tutto il mondo, il 42% delle donne non possiede conti bancari). La Blockchain acquisirà un’adozione a livello mainstream anche grazie all’inclusione delle donne non solo come utenti, ma come costruttrici proattive di questa tecnologia. E, come abbiamo visto, per superare i pregiudizi non c’è bisogno del permesso di nessuno: le donne stesse si stanno muovendo in maniera sempre più efficace per ottenere il proprio posto in un ambiente prevalentemente maschile che, finora, non ha osato sfidare lo status quo.